Utente: cielodafrica
Nome: Laura
Rompiscatole, testona, folle... Mi hanno soprannominata "Makena", che significa "quella che sorride". Per il resto, fate voi.

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L'Africa, e tutto quello che le gira intorno. Amo i tramonti di fuoco e le albe di zaffiro, cariche di promesse. Il rumore del vento tra gli alberi, e ascoltare la voce della pioggia da sotto le coperte. Amo il cielo blu, le nuvole di panna. Amo il colore dei fiori, le foto in bianco e nero, l'oro del grano. Il sapore del mango e della papaya. Mio nipote Biran. L'amore che avrebbe potuto essere ma non sarà...Donatien.
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I cretini. A qualunque specie appartengano.
Leggo
Isabel Allende, Larry Collins e Dominique Lapierre, Umbero Eco, Italo Calvino. Ma anche Rosamund Pilcher, Nicholas Evans e Maeve Binchy. Ma un posto d'onore è riservato ad Harry Potter...in inglese.
Ascolto
Andrea Bocelli, Lara Fabian e Céline Dion. Youssou N'Dour, Lokua Kamza, Mory Kanté. Amedeo Minghi ed Ennio Morricone. Myriam Makena, Koffi Olomide, Anggun. I Pooh, Bryan Adams. I Queen e i Red Hot. E quando ho voglia...Rondò Veneziano, Ravel, Vivaldi e Mozart.
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Questo guazzabuglio di parole non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Quando ne ho il tempo e la voglia, insomma. Non può ASSOLUTAMENTE considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001
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ben *loading* volte qualcuno ha perso tempo qui...
Chi c'è e chi no
Un viaggio lungo un sogno...
Racconti e ricordi di un anno sotto il cielo dell'Africa
giovedì, 20 dicembre 2007, 17:23

Kansebula 030In Congo tutto è intriso di religione, che sia autentica o mescolata alla superstizione o a credenze stregonesche. Buona parte dei ruoli di comando sono legati a organizzazioni religiose, e nonostante sia cattolica, comincio a credere che tutta questa importanza data agli enti delle varie chiese non sia un buon punto di partenza per la costruzione di uno stato indipendente…anche la laicità va garantita. Ma qui, se non sei legato a enti religiosi, non sei niente e non vali niente. E non avrai niente.

Fa una rabbia…

Con le suore la relazione non è stata sempre facile…non sanno accettare che non sono religiosa e che sono nata e cresciuta in un mondo totalmente diverso da questo, dove una donna è libera di uscire da sola per la strada senza dover temere gli sguardi e le parole degli uomini,dove può dare del tu ad un prete senza essere necessariamente un'eretica, dove può giocare a pallavolo con i ragazzi -seminaristi- senza essere considerata una tentazione carnale. (ma mi hanno guardata bene, almeno?)

Eppure...cavolo...anche di questi impicci sento la mancanza.

Ieri ho parlato al telefono con Donat.

Sentivo la sua voce lontana...troppo lontana...

Sentivo il rumore della pioggia, torrenziale come sempre, sul tetto di lamiera.

Il rumore del generatore, perchè come sempre, non c'é elettricità.

Le voci di Serge, Robert, Ephrem, David, che cercavano di gridare un saluto attraverso i 12.000km di distanza che mi separano da là...

Poi guardo il termometro. Cinque gradi, a nord di Milano. Lubumbashi? 23-25° mi dicono.

E il freddo che sento fuori mi scivola, piano piano, nel cuore.

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lunedì, 17 dicembre 2007, 13:36

Sono troppo abituata all'Europa. Piccola annotazione: nessuno farà mai differenza per il tuo paese di provenienza. Nessuno ti chiederà mai "sei francese?", "sei belga?", "sei italiano?".

Sei europeo, e questo basta.

Troppo abituata ai ritmi frenetici di Milano, corri, svelto, altrimenti perdi il treno...

In Congo no...C'è un ritmo dì vita differente, c'è tempo per sedersi a tavola e parlare un po’, c'è tempo per lasciare il lavoro e chiederti se tutto va bene, c'è tempo per entrare in Chiesa e pregare con me per la mia amica che non c'è più, c'è tempo per un sorriso ed una stretta di mano, c'è tempo per far capire che ci tengono a me…

C'è una cultura di solidarietà, di apertura verso la gente, di accettazione della propria vita…anche se a volte sconfina un po’ nella rassegnazione. Finora ha visto poche persone chiedere esplicitamente denaro/elemosina, ne ho viste molte di più lottare tutti i giorni per la sfida di sopravvivere, e vincerla…

PIC_0003A  Kafubu ero un po’ come in un gabbia dorata…in mezzo alla campagna, al chiuso dell'internato, a contatto solo con le suore…ma basta andare al di là del muro per vedere la povertà e i bimbi che giocano con i vestitini laceri, ma che hanno dei sorrisi che un bimbo italiano non avrà mai…sono semplicemente felici di VIVERE, anche se di niente…

La città è diversa…un girone infernale di caos, macchine, gente, rumore, sporcizia e case cadenti, accanto alle favolose ville dei cooperanti europei ed occidentali. E quando vedi queste cose ti mangi mani, unghie, fegato e non so che altro. Perché sul giornale italiano vedi il titolone "Stanziati 50.000 € per un progetto in Africa", ma poi, cavolo, ti accorgi che il 70% di questa cifra va per affittare villa, albergo, jeppone e circoli esclusivi al cooperante di turno che col cavolo che sta in mezzo alla gente del posto per osservare a capire!

La città ha una vitalità indescrivibile…gente in giro, traffico impazzito, sembra un formicaio…dopo 3 settimane a Kafubu, ogni rientro in città è un trauma…nel villaggio c'è silenzio, vento e tanto cielo…e dei tramonti indescrivibili…

Anche il cielo sembra più grande, con tante stelle in più…

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sabato, 15 dicembre 2007, 13:46
So suddenly, so strangeAmico e fratello
Life wakes you up, things change
Ive done my best, Ive served my call
I thought I had it all

So suddenly, so strong
My prejudice was gone
You needed me, I found my place
Im different now, these days

Now the greatest reward
Is the light in your eyes
The sound of your voice
And the touch of your hand
You made me who I am

You trusted me to grow
I gave my heart to show
Theres nothing else I cherish more
I stand by you for sure

Now the greatest reward
Is the love that I can give
Im here for you now
For as long as I live
You made me who I am

So suddenly, its clear to me
Things change
Our future lies in here and now
We made it through somehow

Now the greatest reward
Is the love that I can give
Im here for you now
For as long as I live
You made me who I am

You made me who I am


Non ci sono altre parole, se non GRAZIE...

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giovedì, 13 dicembre 2007, 16:41
Sono nel cuore dell’Africa, nel sud del Congo, in quel pezzettino di Paese che si incunea nello Zambia, quasi a volerlo scindere in due. Attaccata alla frontiera, nella zona a cavallo tra i territori di due etnie differenti, di due lingue differenti…
Kafubu è il centro vitale di questa zona della brousse a est di Lubumbashi. Posto centrale di sanità, scuola elementare che serve tutti i villaggi della zona (in un raggio di 20 km circa) e che conta 746 allievi. Sede della cattedrale e del vescovado, a due km da qui ci sono il seminario salesiano e quello interdiocesano. Durante l’anno scolastico il numero della popolazione aumenta vertiginosamente. Qui hanno sede due licei (Kwesu e Ima), che in totale contano circa 700 allievi.
Kafubu è in una zona relativamente fortunata, ci sono campi abbastanza fertili e un fiume che passa proprio qua vicino…e che fa sì che la vita giri intorno alle coltivazioni ed all’allevamento del pesce.
Kafubu é un villaggetto che conta, ad andar bene, 250 anime.
È un insieme di casette che sembra nascosto tra i cespugli della brousse, di quella prateria che durante le piogge ricorda il verde dei boschi delle alpi, e che nella stagione secca acceca con il suo giallo oro abbagliante… un posto di persone che non hanno la vita facile, e che per guadagnare la vita si spaccano la schiena nei campi, o che pedalano con le biciclette cariche di ceste di legna, di carbone, di verdure. Che cercano con l’orgoglio di chi è stanco di essere aiutato, di costruire la propria vita, come stanno costruendo gli stagni per allevare il pesce, che vogliono dire a tutti i costi “ce l’ho fatta!”.
È un villaggio di gente che sorride e che ti apre il cuore e la casa anche se non ti conosce. Che ti tende la mano e ti avvolge in un abbraccioKwesu quando ti incontra per la strada.
Che ride di te quando ti vede attonita a cercare di ascoltare una conversazione in swahili o kibemba, e che tra le risa (per la tua faccia allibita) cerca di tradurti quello che altri hanno detto di te. Che ha il tempo, e la voglia, di spiegarti questa cultura misteriosa ed affascinate.
Ma è anche un posto che ha subito la colonizzazione sfacciata europea, e che ora subisce lo sfruttamento delle proprie risorse economiche da parte di stati esteri che al Congo non lasciano che le briciole della propria ricchezza. Gente che è stanca di subire e che ha voglia di alzare la testa per rivendicare la propria identità. Gente che ha nel cuore la gratitudine per l’aiuto che riceve e la
rabbia per non essere ancora messa in condizione di non farcela da sola.

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