Utente: cielodafrica
Nome: Laura
Rompiscatole, testona, folle... Mi hanno soprannominata "Makena", che significa "quella che sorride". Per il resto, fate voi.

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Racconti e ricordi di un anno sotto il cielo dell'Africa
giovedì, 31 gennaio 2008, 10:03

Esattamente un anno fa sono stata in "gita" a Mwadingusha, un villaggio a 200 km da Kafubu, a vedere gli impianti per la produzione dell'energia idroelettrica e una piccola cascata. Ospitata dalla famiglia della moglie di un amico del professore del liceo…giri strani, ma mi hanno trattata fin troppo bene. Fin troppo gentili e…protestanti. Hanno fatto una propaganda spietata della loro religione, pare per convincermi a passare dalla loro parte!
Assistere ad una loro celebrazione è stato interessante, peccato che sia durata 5 ore e mezza…non scherzo…sono arrivata alla fine stanca morta! Però i canti, le danze, che fascino che avevano…

Se a Mwadingusha la corrente è forte e stabile, nel resto del paese va e viene.
Beh, avendo visto come sono messi gli impianti di produzione capisco perché. Ho visto due centrali, e se la prima è messa discretamente bene, con un solo impianto che non funziona, ma di cui stanno aspettando il pezzo di ricambio dal Belgio, la seconda è uno sfacelo…ha 75 anni di vita, ma una centrale di quell'età, se non più vecchia, da noi è mantenuta in buono stato e perfettamente funzionante, qui invece cade a pezzi. Tre alternatori su sei sono fuori uso, due dalla bellezza di 16 anni…e nessuno ha fatto nulla, finora, per cambiarli. La teoria è che mancano aziende in Congo per produrli e devono essere inviati dall'Europa, Eppure con tutta l'acqua che c'è qua potrebbero produrre energia per l'Africa intera.

La corruzione è forte...e le due centrali che ho visitato sono dirette da due persone diverse. Solo che il secondo ha preferito intascare i soldi destinati al generatore, piuttosto che potenziare la centrale. E  a distanza di un anno  chissà se qualcosa è cambiato...posso essere scettica?Mwadingusha

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mercoledì, 23 gennaio 2008, 11:41

Giornata di sole e cielo limpido. Questa mattina mi sono alzata, ho acceso il computer, aperto il rubinetto dell'acqua, che è scesa caldissima...mi viene da ridere, se ripenso allo stesso periodo di un anno fa!!

Non avevamo corrente, solo quella del generatore a gasolio. Non so se in tv in Italia abbiano mai passato notizie dei disastri che ci sono stati in Congo per le piogge…beh, un migliaio di case cadute solo nella città di Lubumbashi, e in brousse, in mezzo al nulla, campi allagati e strade non praticabili. Siamo rimasti tagliati fuori dalla comunicazione con la città per qualche giorno. Durante  un temporale piuttosto brutto sono caduti dei fulmini sulle istallazioni della miniera di rame (da cui partiva la nostra linea elettrica, e un cavo si è bruciato. All'inizio ci avevan detto che lo avevano ordinato a Kolwesi, che stava a 370 km, e ci sarebbe voluto del tempo prima che di riparare il danno. C'è chi parlava di 3 mesi…

Solo che 3 mesi senza elettricità sono duri, senza elettricità vuol dire anche senza acqua corrente…avevamo due pozzi meccanici, ma l'acqua che viene su è rossastra e non proprio pulita…e 3 mesi senza acqua in un internato di 350 ragazze, ti lascio immaginare cosa potrà diventare il livello igienico. E per fortuna la direttrice della scuola è piuttosto pignola sulla pulizia.
Il generatore viene acceso solo un paio di ore la sera, perché il gasolio è carissimo…quindi si usano le candele. Però mangiare a lume di candela non è poi così male. Il disagio è preparare sulla brace, andare a prendere i secchi d'acqua per lavare, fare tutto con le candele, cucina, pulizia…
La doccia ovviamente la si fa con i secchi…ma alla fine ho avuto il permesso di mettere l'acqua a scaldare, almeno faccio la doccia sì con i secchi, ma caldi!
Solo che per avere noi la corrente dovevamo lasciare al buio i dormitori delle ragazze…

Beh, si è costretti a ripensare il modo di vivere. Non puoi permettere di sprecare una goccia d'acqua, altrimenti sono viaggi con i secchi pieni fino al pozzo, ed i secchi pesano…devi calcolare quanto carbone usare per cucinare, e soffocare subito dopo il fuoco per conservare la brace. Si è costretti a lasciare indietro tante comodità, e scoprire che tutto sommato non so sta poi così male anche senza.

L'aspetto negativo è che capita in piena stagione delle piogge. Bene, dirai, almeno non vi manca l'acqua! Già, peccato che sta piovendo talmente tanto che siamo isolati dalla città! Le strade sono un ammasso di buche fangose, in cui anche con un 4x4 rimani impantanato. E con tutta quest'acqua che scende dal cielo. i pozzi si sporcano e si riempiono di batteri...

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sabato, 19 gennaio 2008, 18:26




La più grande ricompensa non è solo la luce nei tuoi occhi,
è sapere che nonostante tutto, nonostante 12.000km di distanza, nonostante il "ruolo", nonostante le scelte di vita...ci sei e ci sarai.
Amico, fratello, presenza.
Ancora e ancora.

Grazie per le parole,
i silenzi,
la presenza...ed anche, un po', l'assenza.
Grazie per le risate,
le lacrime,
la musica.
Grazie per la gioia,
il conforto,
la protezione.

Per gli squilli notturni...io alle 4h00 del mattino, dormo!!
Per gli orrori di ortografia quando scrivi (quando, scrivi?) in italiano.
Per avermi insegnato a mangiare il kitoyo, e il bukari cementoso di Kansebula!
Per ogni volta che hai guidato come un matto sulle buche della route Kafubu.
Per ogni volta che mi hai preso in giro...arriverà il momento di ricambiarti, sai?!
Per ogni...QUINDI!

Per la tua lacrima, un giorno, sul Toyota...tre settimane prima della partenza.
Per un addio allegro. Anche se non lo sapevo, che sarebbe stato un addio. Imbroglione.
Per l'addio, quello vero, che non hai voluto che ci fosse.
Per la benedizione via cellulare, un attimo prima che il mio aereo partisse.
Per il "ti aspetto, presto", gridato al telefono, con il sottofondo del diluvio.
Con il sottofondo della voce forte del tuo cielo d'Africa.

Grazie.
Per la strada che mi hai mostrato, ma non mi hai spinta a percorrere.
Per avermi fatto fare la pace con Qualcuno, lassù.

Grazie. Aksanti sana.

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venerdì, 18 gennaio 2008, 11:22
Ho parlato del "bello"...ma anche qualcosa di negativo c'è stato.

Non so come dire...neanche del tutto "negativo". Negativo lo è al momento, poi quando ci torni sopra con la mente fredda, ti rendi conto che non è così. E poi, qualsiasi cosa negativa viene diluita in tutto quello che di bello c'è stato...e il negativo scompare...

Mi sono scontrata con un modo di vedere e di fare le cose che è distantissimo da quello europeo (difficilmente troverai qualcuno che fa distinzione tra francese, belga e italiano. Siamo tutti europei). Mettersi in testa che la libertà verrà limitata, e di tantissimo. Se a casa ero abituata a uscire ed entrare come e quando volevo, senza chiedere…beh…la musica qui cambia. Ogni volta che dovevo mettere il naso fuori dal cancello c'era da chiedere un permesso. Non ho mai potuto prendere la macchina per andare in città “a farmi un giro”. A parte che il traffico di Lubumbashi è un girone dell’inferno…il carburante costa caro e la strada è parecchio dissestata. E se sei donna, bianca e sola, girare per la città non è proprio piacevole. Non sempre almeno.

La sera non si esce. Punto.
A Kafubu non c’è problema. È un villaggetto che dopo le 19h00 di sera sembra essere soggetto al coprifuoco. Non c’è illuminazione pubblica e non c’è davvero nessuno in giro. Ed ovviamente niente “locali” in cui ritrovarsi a bere un bicchiere.
Qui la gente segue i ritmi della natura, con il sole che si leva prestissimo, e la sera alle 21h00 dorme di già. Le suore stesse vanno a dormire alle 21h00, quindi…buonanotte a tutti.  Prestino, ho detto all'inizio. A casa vado a dormire alle 23h00, quando va bene!

Ma quando la sveglia è alle 4h45...ogni cosa cambia prospettiva, ed ha un suo perché.

La cultura è veramente diversissima. Bellissima, misteriosa ed affascinante, ma ci sono aspetti che con tutta la buona volontà difficilmente si arriverà a comprendere. Per non parlare di condividere. La privacy non esiste. Tutto è vissuto in comunità, sia le gioie che i dolori. Tutto si fa insieme. Non ti illudere che per le suore sia diverso. Sono –specie quelle giovani- delle pettegole patentate. Ma pettegolando ci siamo fatte certe risate!! Devi solo accettare che spesso sarai tu l’oggetto della chiacchera…e sorriderci sopra. Ne vale la pena!

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lunedì, 14 gennaio 2008, 18:33
Non ero proprio felice quando ho saputo che mi avevano destinata al Congo.I miei allievi

Non lo avevo scelto, non lo avevo chiesto…
Nel giugno 2006 ho fatto domanda presso una ONG, ed ho chiesto di partire per il Belgio. Perchè? ODIO l'aereo, ed in Belgio avrei potuto andarci anche in treno...
Ma Qualcuno lassù  e credo anche qualcuno di Roma, Via Gregorio VII… aveva già deciso che il Belgio era troppo vicino e che avrebbe fatto di tutto per inviarmi al di sotto dell'equatore. Io che amo il freddo. Figurati un po’…
Tante volte mi sono chiesta "cosa diamine ci faccio qui?", e non è sempre stato facile trovare una ragione valida, che mi impedisse di prendere la valigia e rientrare a casa.
I primi mesi non sono stati facili. Con le suore non andava proprio…non ci riuscivamo a capire. Non riuscivo ad entrare nella loro mentalità, di religiose ed africane, non riuscivo a capire il perché dei divieti, i permessi da chiedere per ogni uscita dalla recinzione della comunità, il controllo totale che cercavano di avere sulla mia vita. Io, che a 28 anni sono abituata a cavarmela da sola, e a non rendere conto quasi più a nessuno...C'è voluto un po’ di tempo, e quattro giorni in ospedale (malaria, mon amour...), per riuscire ad ingranare ed intenderci. Per dire, ogni volta che lasciavo il villaggio e la comunità "aspetto di rientrare a casa". Ed ero felice di rientrare a “casa”.
È bello sapere di essere stata accettata. Di avere qualcuno che ci tiene a me, nonostante tutto.
Non è facile aveva la famiglia a 12000 km, ci sono cose che vorrei condividere con loro, ma so che non potrò mai farlo. Potranno ascoltare i racconti, vedere le foto, ma le emozioni, i brividi, le paure e la gioia…non le potranno vivere.
Se penso che avrei potuto essere a Bruxelles…cavolo, no.
Kansebula, Kafubu, le ragazze, i bambini, le suore (sì, anche loro, alla fine...), …non lo cambierei per nulla al mondo.
È difficile elencare gli aspetti positivi. Sono sentimenti, più che “fatti” che posso raccontare.
Sono stati dei mesi fantastici. Sono partita con la paura di non essere all’altezza, di non riuscire ad inserirmi. Essere catapultata in un internato di 376 ragazze…beh…è stato complicato. Era tanto che non parlavo più il francese, e ho dovuto riscoprire una lingua diversissima da quella che avevo imparato a scuola e praticato un po’ in Francia e in Belgio: questo è un francese che trova le sue radici nel colonialismo, quindi vecchiotto di diversi decenni (per usare un eufemismo), e che è mescolato allo swahili e al lingala, la grammatica non è proprio quella di Parigi, e va contato anche il gergo giovanile…
Inoltre, la maggior parte delle volte, la gente, le suore stesse, parlano in swahili…e non è per nulla facile capire quello che dicono.
L’aspetto "più positivo" che posso raccontare, è quel momento magico in cui capisci che le ragazze ti hanno accettata, che si fidano di te, che ti considerano un po’ come “una sorella maggiore”. L’ho vissuto con le ragazze di 6°, le grandi…ci siamo scrutate da lontano per un bel po’ di tempo, ma alla fine mi hanno accettata nella loro “famigliola” della 6ème HP. E allora sono diventata davvero una di loro.
L’aspetto positivo è il dono di condividere la vita di tutti i giorni, dalle piccole cose ai grandi avvenimenti. È l’accoglienza della gente, che all’inizio è soltanto incuriosita da una nuova persona, bianca, per di più. Ma se sai essere umile, ed avere la pazienza di conoscere e farti conoscere…tutto cambia, e la curiosità diventa un rapporto di amicizia, collaborazione, stima.
Imparerai a vivere il tempo e a non farti vivere dal tempo. Tutto ruota intorno alla natura ed al ciclo delle stagioni. Il tempo è veramente tanto relativizzato.
Non troverai MAI un congolese puntuale. All’inizio ti ci arrabbierai un po’, poi imparerai a riderci e ad approfittare dei ritardi altrui. Ma sappi che un ritardo da te non sarà mai accettato. Tu sei europeo, quindi puntuale di natura e per legge.
Positivo è l’accesso privilegiato che avrai ad una cultura affascinante e misteriosa. Ti capiterà di ascoltare racconti sul culto degli antenati, di assistere a cerimonie che per noi “europei civili” sembrano strane…come il corteo di donne che arriva per accompagnare la neomamma quando esce dalla maternità, fino a casa. Ti capiterà di ascoltare racconti spaventosi sulla stregoneria e sui feticci…e ti capiterà, se starai al dormitorio con le ragazze, di veder piombare nella tua stanza una ragazzina spaventata perché le è sembrato di vedere un’ombra sul balcone. E quando manca la corrente (abbastanza spesso) e di notte hai solo la luce della luna, le ombre delle piante e degli animali fanno davvero paura…ho passato una notte su un letto vuoto del dormitorio, senza lenzuola, in jeans e maglione e solo con la coperta, perché mentre passavo a dare la buonanotte alle ragazze, una di loro ha avuto l’impressione di vedere una figura che passava sulla balconata. Ufficialmente era la ragazza ad avere paura, ma ti dirò, in tutta onestà, che l’impressione di vedere una figura vestita di nero sul balcone l’ho avuta anche io, e non è che ero troppo tranquilla…

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venerdì, 04 gennaio 2008, 09:05

Kwesu 092"Raccontami qualcosa…"

Da quando sono rientrata in Italia, questa è stata la domanda che più di frequente mi è stata fatta, da amici, familiari, e persone con cui nel corso della mia vita ho scambiato solo poche parole.

"Raccontami qualcosa…"

E vedi tutti quelli che lo chiedono prepararsi ad ascoltare fiumi di parole, racconti di avventure più o meno fantastiche; prepararsi anche a trovare un modo, dopo un po’, di interrompere le parole per chiedere di continuare un'altra volta…per gustare un'altra volta le "fiabe dell'Africa", così le hanno chiamate.

"Raccontami qualcosa…"

E i più non si aspettano il silenzio, dopo.

"Raccontami qualcosa…"

Ma cosa? Caro amico mio…come vorrei avere le parole per raccontarti la mia vita al di sotto dell'Equatore.
Ma la vita alla Kafubu non è un susseguirsi di avventure da safari o da villaggio vacanze.
Come posso raccontarti le piccole cose della quotidianità?
Come posso raccontarti i pomeriggi passati fuori dalle sale di studio a sorvegliare le ragazze, o le mattine in cucina a pulire la verdura?
Potresti capire la gioia di condividere le piccole cose della vita di tutti i giorni delle allieve? La felicità nel vederle rincorrere la macchina su cui viaggiavo il giorno che sono rientrata dall'Italia, dopo Pasqua?
Come ti racconto che la mattina alle 5.30 facevo il giro dei dormitori per svegliare le bestiacce ancora più insonnolita di loro? Come ti spiego la vita di ogni giorno?
Sono cose noiose per chi si aspetta grandi storie.
Se proprio vuoi ti posso dire dei giochi salesiani, di quando la mattina abbiamo caricato sul pullman 160 ragazze (un pullman solo, eh…) e siamo partiti alla Cité des Jeunes per le gare di pallone, pallavolo, basket e handball. Ti posso raccontare l'agitazione e il tifo a bordo campo, mia e di Sr Pétronille (due pazze allo sbaraglio!), il pranzo saltato per lasciare un panino in più alle atlete, le lacrime della "dura" della scuola, nonché capitana della squadra di basket, Huguette, quando è salita a ritirare la coppa del primo posto. Ti posso raccontare la festa che hanno fatto le ragazze che sono rimaste a scuola, al rientro delle loro compagne vincitrici. Se vuoi ti racconto anche che al sole mi sono scottata la faccia, e che le ragazze mi prendevano in giro perché ero diventata rossissima! E la stanchezza della sera, al ritorno...e sapere che avevo ancora una ventina di ragazze da massaggiare con la pomata canforata per i dolori...ne avevo più bisogno io di loro!
Ti posso raccontare della prima notte che ho passato al dormitorio delle ragazze come assistente, svegliata alle 2.00 dalle chiacchere di una ragazza. Che parlava nel sonno...
Ti posso raccontare della prima volta che ho usato il panno congolese al posto dei pantaloni. Non ho fatto in tempo ad uscire dalla camera che le ragazze hanno cominciato a ridere! Non volevano prendermi in giro, solo che avevo detto che era tre anni che non mettevo una gonna...
E della sera che sono rimasta alzata fino a tardi con le ragazze che preparavano le frittelle per la festa del giorno dopo, e non c’era corrente, lavoravamo con le candele e ci siamo riempite i vestiti di cera! E come pioveva! Ti racconto che l’essere in ritardo é un punto d’onore per i congolesi, e che all’inizio ti fa arrabbiare un po’, ma poi impari a riderci e ne approfitti anche!
Ma come posso raccontarti le emozioni, le gioie e le paure? Capiresti mai cosa ho provato il primo giorno a Kwesu? Circondata da 350 ragazze incuriosite, che parlavano tutte insieme in una lingua un po’ da rispolverare? Riuscirei mai a farti capire l’emozione e la paura di quando sono stata chiamata per aiutare una ragazza a partorire? Il freddo e il caldo insieme del momento in cui le mie mani hanno accolto una nuova vita?
Riusciresti a capire questa vita di colori forti? Di sentimenti che non puoi vivere da solo, perché ogni cosa, bella o brutta, viene condivisa?
Come trovo le parole per dirti dei sorrisi della gente, che vive, o sopravvive, di niente, ma che si offre alla conoscenza dell’estraneo, che condivide la vita con te?
Come ti spiego la bellezza dei bambini che ridono e gridano “Muzungu baye”? e che si impiastrano la faccia di polvere per assomigliarmi un po’? Come ti spiego il silenzio, il rumore, le stelle ed i tramonti? Come ti racconto la vergogna di quando le ragazze hanno voluto farmi ballare...un pezzo di legno in mezzo a delle cosette snodate? Come ti racconto di quando le ragazze hanno scoperto che sono figlia unica, e hanno deciso di pregare per i miei genitori perché senza di me fossero meno soli?
Come ti racconto che poco alla volta ho imparato a sentirmi “in famiglia”? una famiglia un po’ pazza...e io che credevo che le suore fossero serie...
Come ti racconto che non mi sento quasi mai sola? Come ti racconto l’ospitalità, il senso di festa, il rispetto, la dignità, le relazioni calorose in cui mi hanno avvolto?
Come ti racconto una battuta in swahili e le risate generali, con me sola che non capivo nulla, e l’ilarità della tavola intera alla vista della mia faccia stranita? Come ti racconto che le suore si prendono allegramente gioco di me quando le ragazze mi intrecciamo i capelli? Sapendo che dopo un giorno già le trecce saranno disfatte...
E quando usano un proverbio, un modo di dire, e io lo prendo alla lettera e rispondo anche? I fraintendimenti legati all’uso diverso della gestualità, delle intonazioni, delle parole, delle lingue (francese, swahili, kibemba)...che ridere...
Come ti racconto il pugno allo stomaco, fortissimo, di vedere una donna al mercato che fatica a mettere insieme da vivere per la sua famiglia, indossare una maglietta che dei nipotini americani hanno fatto per il loro nonno "We love grandpa"? Aveva stampata la fotografia di una bella famigliola felice davanti ad una tavola imbandita con ogni sorta di ben di Dio…
Come ti spiego chi sono le allieve di Kwesu? Quello che mi hanno dato in questi mesi di vita insieme?
Come ti racconto delle ragazze di 6°, le finaliste, che mi hanno accolta come una sorella?
Come ti racconto chi é Huguette, il maschiaccio, ironica, forte e dolcissima, la mia chérie?
Chi sono Nancy, il genietto; Milène, Febi, che mi vuole dare in moglie a suo fratello, Agnes, piccola di statura ma tosta! Gracia, apparentemente la più seria del gruppo, ma poi…, Joviale con la sua voce da soprano e Linda? Come ti racconto che avrei fermare il tempo per restare qui con loro, non lasciarle più? e che vorrei che continuassero a far parte della mia vita anche quando sarò di nuovo a casa?
Chi sono tutte queste 376 allieve, con cui ho condiviso ogni istante sotto questo cielo d'Africa? Come ti racconto che mi mancano da morire?

Caro amico...capisci perché se mi chiedi “raccontami qualcosa”, davvero, non trovo le parole?

Non é che non voglio condividere con te quello che ho vissuto e quello che vivro’, non ti posso raccontare grandi avventure. E le emozioni, i sentimenti, le persone…quelli no, amico caro, sono solo miei. Non potrai mai capire, se non vivendo qui....
Ti posso raccontare solo le piccole gioie e delusioni della vita di ogni giorno.
Ti interessano? Davvero? Si’?

Allora, se vuoi racconto di quella volta che...

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mercoledì, 02 gennaio 2008, 16:42

Che shock.

Sono entrata al supermercato, questa mattina.

Ed in una frazione di secondo la testa è volata al Mercato M'zee Kabila di Lubumbashi. Caldo, affollato, sporco, invaso dalle mosche, dalla puzza di corpi sudati e cibo semiavariato. Disordinato. Pieno di gente che ti tampina e chiede "bianca, dammi 100 franchi" (circa 20 cent di euro).

Ho riaperto gli occhi e sono tornata nel verde-bianco asettico del supermercato della provincia nord di Milano. Ordinato, pulito, con la commessa gentile nel suo tailleur che chiedeva se ho bisogno di aiuto. Dove nessuno ti rivolge la parola, dove donne e uomini che ti sfiorano, ti stordiscono con la loro scia di profumo...che mi sembra più nauseante dell'odore di pesce salato.

Ricordi...contrattazioni con la donna del pesce, a Lubumbashi. Con la donna che vende pomodori un po' vecchiotti, ma vuole che glieli paghi come freschi. Bambini che mi inseguivano per vendermi le borse di plastica, quei sacchettoni neri a striscette bianche che poi si riutilizzavano per qualsiasi cosa. Funzionavano anche per accendere le braci per cucinare!

Mille bambini arruffati e sporchi...abbandonati sulle strade da genitori troppo poveri per nutrirli, che si inventano una vita vendendo sacchetti, pesce rubacchiato a qualche donna poco attenta, che si stordiscono di vapori di colla per soffrire di meno il caldo, la fame, la miseria, e li riconosci subito, quando sono "FATTI": occhi rossi da sonno profondo, che faticano a restare aperti, voce impastata, cammina storta. E le bambine accusate di stregoneria,  perseguitate da sedicenti predicatori che le vogliono liberare dal maligno con vere e proprie torture, che non sapranno mai cosa vuol dire giocare, cos'è un giocattolo. In Congo.

Bambini, i nostri bambini...che frignano perchè Mammà non compra loro il telefonino ultimo modello, perchè non hanno la maglietta firmata, viziati da fare schifo, che buttano via il cibo. Che non sanno cos'è la sofferenza, la fame, la povertà. Qui, nel meraviglioso "occidente", nella fantastica Europa.

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